Post-it con macchie di yogurt

La legge e il pasticcio che mi fecero rendere conto che mi preoccupo troppo e la gente non vede più nulla di nulla.

Sono sicura che avete presente quella sorta di legge secondo cui se pensi che una cosa andrà in un certo modo e subito dopo scuoti la testa dicendoti “No, dai, lo so che potrebbe succedere, ma è impossibile: sto sempre attento”, alla fine finirà per accadere. Giusto? Sì, sono sicura che la conoscete.

Ebbene, sempre secondo questa legge, qualcosa oggi doveva andare storto. Posso dirvi persino l’orario: erano le 15:40 ora italiana, mi trovavo seduta alla mia scrivania in ufficio e stavo cercando di non addormentarmi mentre bevevo uno yogurt ai frutti di bosco e completavo il foto-ritocco di alcune foto di immobili.

Fin qui nulla di strano, no?

No, qualcosa di strano c’è. Eccome. Si chiama “yogurt ai frutti di bosco”, appunto: una bottiglietta all’apparenza innocua da 200g, dalle forme morbide come quelle di una donna di taglia normale che non ha l’ossessione della dieta, e che si è rivelata essere un’arma di distruzione personale. (Esattamente come noi donne, modestamente).
Ebbene, alle 15:38 ho tolto il sigillo della bottiglietta e mi sono posizionata di nuovo al PC pensando “Potrebbe scivolarmi di mano e cadermi sulla tastiera, ma siccome lo so allora non succederà mai”.

Errore fatale.

Alle 15:39 le mie palpebre hanno cominciato a calare contro la mia volontà, e io me ne stavo seduta piegata in avanti, digitando numeri sulla tastiera e muovendo il mouse con scatti decisi del mio polso destro, mentre la mano sinistra reggeva lo yogurt. È bastato un minuto (15:40) perché la legge entrasse in azione. Un attimo di distrazione ed ecco che la testa si piega in avanti, gli occhi si chiudono, le dita della mano sinistra si allentano e BAM!, quando riapro gli occhi scopro che la bottiglietta è caduta e ha rimbalzato sulla scrivania, facendomi la doccia.

Avevo yogurt in faccia, sui capelli, sulla maglia, sui pantaloni (che ovviamente erano quelli belli ed erano neri, come la legge impone), sulla sedia girevole nera e persino sulla giacchetta beige che si trovava alle mie spalle. Alle mie spalle, non so se vi rendete conto. Come diavolo ci è finito lo yogurt alle mie spalle? Non lo so e non lo voglio sapere. Per fortuna non c’era nulla sulla tastiera e sullo schermo del PC.

Fortunatamente nessuno in ufficio se n’è accorto. Voi direte “Ma come non se n’è accorto nessuno? È impossibile, dai!”. Invece è così. Solo l’altro stagista ha notato qualcosa di strano quando si è girato, guardandomi leggermente allarmato. Non so perché ma la sua reazione mi ha fatta rimanere calma: mi sono pulita quanto possibile, ho pulito la scrivania, il pavimento, la sedia, ho strofinato (peggiorando le cose) le macchie sui vestiti e per il resto del pomeriggio me ne solo altamente fregata. Non mi importava neppure di uscire così ad un certo punto, almeno fino a mezz’ora prima dell’uscita da lavoro.

Lì mi ricordo di aver pensato “So cosa vedranno i più maliziosi, perché ci assomiglia.” ma non mi sarei mai immaginata di sbagliare così tanto.

Non solo in ufficio non si è accorto nessuno, ma neanche in treno e per strada quando sono arrivata alla mia città. Nessuno. Tutti con il capo chinato sul cellulare, a fissare qualcosa anche quando c’erano gli amici attorno (e so che erano amici perché ogni tanto la persona alzava lo sguardo e faceva una battuta nella loro direzione, rideva e fine). In un certo senso la cosa mi ha rincuorata, perché così da ora so che nessuno mi guarda perché proprio più nessuno si guarda attorno.

Dall’altra la cosa mi deprime. Molto. Per questo la condivido.

(Depressione 85% – Sollievo 15%, dai.
#SpillTheMilk #PayAttention).

Post-it pergamena – cioè antico.

È passato davvero un anno? Progetti e gioie lavorative – se ne esistono.

È passato davvero un anno?

Ve lo chiedo con tutto lo stupore del mondo nei miei occhi, perché alla fine nella mia vita non è cambiato molto in questi quasi-12-mesi. Quasi, appunto.
Sono successe molte cose positive, così come molte altre negative – ma come al solito le cose positive sono le prime che si dimenticano, mentre quelle negative rimangono con noi fino alla tomba. È triste, ma non ditemi che non è vero. Quindi non aspettatevi molte cose positive da questo post-it.

Ricordate il workshop finale del mio corso di Grafica? Sono uscita con un bellissimo voto, forse il più alto della mia vita. Magari lo avevo già detto. Forse ero rimasta ai colloqui? Sì, molto probabile.
Beh, quelli non sono andati molto bene, purtroppo. Almeno, non quelli avuti attraverso la scuola dove ho fatto il corso e relativi al lavoro che vorrei fare nella mia vita. Però ho ottenuto uno stage di sei mesi in una grossa azienda che si occupa di immobili, e questo è già un passo avanti. Mentre lavoro e guadagno qualcosa, posso cercare altri annunci riguardanti il mio settore.

(La mia unica gioia lavorativa, al momento, è quella di poter criticare in maniera spietata le foto che arrivano dagli agenti immobiliari, prima di modificarle e renderle almeno accettabili agli occhi di un possibile cliente o di qualcuno con un minimo di gusto. Sono l’unica persona lì dentro ad avere le qualifiche per farlo, e non lo dico tanto per dire, è la più sincera delle verità, lo giuro.)

Insomma, niente grafica per ora ma la barra di download dello stage è fissa a 4/6, quindi ho quasi finito di, nell’ordine: sputare sangue e acido davanti e attorno a quel computer; ingrassare pian piano a causa delle otto ore di lavoro continue senza poter fare un minimo di movimento per smaltire il pranzo abbondante (causa: 50% pigrizia, 50% cattiva alimentazione); e infine, mangiare pasti con troppo olio, sale e chissà che altro.
La nota positiva è che ho scoperto gli spinach-burger e ne vado pazza. È l’unico modo per farmi mangiare gli spinaci (che da crudi o conditi detesto con tutto il mio cuore e il mio stomaco, sappiatelo).

Alla fine di tutto questo, finalmente, avrò un po’ di tempo per dedicarmi ai progetti che mi sono fatta in questi ultimi mesi. Sono tanti, forse anche costosi da un certo punto di vista; mi occuperanno tempo (molto tempo), ma sono sicura che ne varrà la pena.
In cima a tutto c’è ovviamente il mio povero portfolio, un po’ indietro e ormai anche un po’ vecchio. Ha bisogno di una rispolverata e un po’ di aggiornamenti!

Oltre a questo, che dire? Le mie unghie continuano a crescere esattamente come speravo anche un anno fa; ho comprato gli smalti che volevo e ogni tanto li uso e li cambio ogni due giorni, dato che non mi piace fare la doccia indossando lo smalto. Ho sempre la (stupida) sensazione che possa venir via e incollarsi ai capelli, quindi a quel punto lavarsi non avrebbe più senso! (Sì, è davvero una cosa stupida, ma nulla potrà farmi cambiare idea almeno per i prossimi mesi!)

Mh, sapete una cosa? Sono più cose positive di quanto pensassi. Forse non è stato un anno così povero, dopotutto.

Post-it riflessivo – Io-Dialogo

Una personalità si confronta.

“Cosa reputa più importante, il lavoro o l’amicizia?

“Domanda difficile: uno serve a vivere, l’altro a sopravvivere. Spesso si confondono.

“Quindi mi sta dicendo che è più importante il lavoro, che serve a vivere?”

“Ha visto? Si confonde, mi spiace. Non ho detto che è il lavoro quello che serve a vivere: quella è l’amicizia.
Senza un lavoro puoi finire sulla strada, puoi non riuscire a sopravvivere per via della mancanza di denaro, puoi morire di stenti, ma una vita senza amicizia è peggiore (ed impossibile). L’uomo è un essere sociale, ha bisogno di relazioni e affetti, di amore… ma quello che intendo va oltre a questo, molto oltre: senza amicizia si diventa veramente poveri, sotto tutti gli aspetti.
Il denaro è qualcosa di freddo che tentiamo di riscaldare infondendovi i valori più condivisi e condivisibili sotto forma di monumenti nazionali e facce di persone importanti che si dice abbiano cambiato la Storia, ma produrrà sempre e solo qualcosa di freddo se ci pensa.
Prenda ad esempio un regalo: esso può essere freddo o caldo a seconda se è accompagnato da un sentimento o meno, in un certo senso. Il regalo freddo potrebbe essere quello fatto senza alcun sentimento per l’altra persona, magari il regalo per un collega antipatico che (finalmente, lei pensa) se ne va; il regalo caldo, invece, potrebbe essere quello di un bambino alla propria mamma, o quello dei suoi amici che hanno messo insieme un bel gruzzolo per comprare quella cosa che a lei piaceva o serviva, ma che magari non poteva permettersi all’epoca. Senza affetti il denaro non serve a molto, non produrrà nulla di veramente positivo.

Perciò, come comprenderà, per me le cose stanno così. Sì, il denaro è importante, non lo nego, rende tutto un po’ più facile… ma senza amicizia non si vive veramente: si sopravvive e basta.

Post-it con teschi – L’Incubo

Figure di merda: la Fiera del novellino.

Non so voi, ma io credo che le cattive esperienze lavorative (o semplicemente brutte esperienze, che dir si voglia) siano quelle che ti temprano di più. Temprano, non formano.
Ci sto ripensando ora che mi ritrovo a dover fare ventimila versioni di una lettera di candidatura e autocandidatura.

Qualche anno fa ho lavorato per una certa persona con cui mi sono lasciata molto male – o meglio, in maniera molto fredda e razionale, il che per me equivale alla medesima cosa. L’ultimo giorno di lavoro fu qualcosa del genere, alla fine:

“Mi dovrebbe circa 200 euro. Avevamo concordato che me li avrebbe dati man mano, ogni giorno, e capisco le sue difficoltà [inesistenti nd. stanjour]… ma non mi paga da un mese in pratica.”
“Hai ragione.” [dà i 200 euro]
“Grazie. Arrivederci a dopo Pasqua allora, mi faccia sapere.”

Il telefono non squillò mai più.

… Almeno fino a qualche mese dopo, quando la sua segretaria mi contattò perché non riuscivano a stampare il mio lavoro, ma ehi!, io l’avevo detto che non ci sarebbero riuscite, ma hanno deciso di ignorare il mio parere quando gli ho detto che con i programmi che mi avevano procurato non sarei mai e poi mai riuscita a fare qualcosa di realmente utilizzabile.

Cliente avvisato, (grafico) mezzo salvato.

Quindi la mia reazione fu qualcosa come: “Mi dispiace, non posso aiutarvi, arrivederci”, e non penso sia qualcosa da biasimare. Affatto, visto che le donne in questione si erano enormemente approfittate della mia “inesperienza” lavorativa.
Anzi, forse sono stata anche troppo gentile, ma fa parte del mio carattere. Non riesco ad essere una persona totalmente fredda, neanche se mi si fa un grosso torto.

A meno che quel torto non sia qualcosa di davvero, davvero terribile. Allora non ti meriti neanche un #ciaone. Il che è tutto dire, di questi tempi.

Fatto sta che l’esperienza con questa donna mi ha insegnato che per non essere presa in giro, sfruttata e ricevere quello che mi spetta devo informarmi e tirare fuori le unghie se necessario. Alla prima con educazione, alla seconda un po’ meno, alla terza per me non sei più nessuno (ma sei ancora in tempo a redimerti).
Nonostante questo – e qui arrivo al punto, finalmente – parlando con la stessa mia amica che mi ha ispirato quest’altro post, mi sono accorta che abbiamo lo stesso problema: il terrore atavico di fare figure di merda, se mi passate il francesismo, tipiche delle novelline dopo aver trovato un maledettissimo posto in un’agenzia, magari nel ruolo che sognavamo di avere ma in cui non abbiamo nemmeno una minima esperienza (perché sì, speriamo di farla in quel maledettissimo posto).
Un percorso, quello della ricerca, fatto già di per sé di orrore, terrore, pena e panico visto come sta andando.

Mi immagino a vagar, sperduta e con occhi sgranati, per un’agenzia oscura, che la diritta via – segnata dal Senior – era smarrita.

E a quel punto, in questa selva, io mi chiedo: dove sono finite le mie unghie (mangiucchiate)?

Perché penso che per difendermi dalla mia Fiera con la F maiuscola mi servirebbero proprio.

Post-it digital – #tantarabbia

#tantarabbia, il nuovo hashtag per le sanguisughe. Non animali e vampiri però.

Due volte in un giorno? Si può!

Mentre chiacchieravo con un’amica – sì, come ho affermato qualche post fa ho degli amici, pochi ma buoni – mi è venuta in mente una cosa.

Avete mai incontrato una persona che vi ricorda tanto voi in un periodo della vostra vita che non era proprio uno dei migliori o più felici? Magari un periodo in cui non vi piacevate per niente, eravate depressi, chiusi, timidi e via dicendo. Vi è mai capitato?
A me sì. Mi capita spesso di incontrare persone che mi ricordano la Valentina liceale che se ne stava nel suo solitario gruppetto fatto di quattro (fidatissimi e amatissimi) gatti solo perché non è riuscita a far uscire il suo carattere e la sua personalità sin da subito, venendo etichettata come “La Sfigata”, e mi fa una gran rabbia vedere altre persone così.

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Post-it special – Sarà il periodo

Felicemente innamorata in modo non convenzionale. Sarà il periodo.

Accidenti. È davvero passato quasi più di un mese da quando ho scritto l’ultima volta?
Stavolta,sinceramente, non me lo aspettavo.

Sarà stato il periodo.

Ho goduto veramente di un periodo fortunato se escludiamo i soliti problemi di salute che affliggono (come al solito) la mia famiglia. Ormai sto tentando di prenderla con filosofia, mentre dietro la schiena tengo sempre le dita incrociate perché le cose si sistemino per il meglio.

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