Post-it color pera matura

Alle volte (i traumi) ritornano.

doodle drinkjuice © Valentina / stanjour

Doodleverbo intransitivo:
Disegnare figure o fare una serie di disegnini pensando a qualcos’altro o mentre si è annoiati.

Definizioni a parte, buongiorno. Stavolta ho deciso di iniziare questo post-it color pera matura (sì, come la pera disegnata sul brick di cartone qui sopra) perché, appunto, stavo bevendo un po’ di succo di frutta dopo un sacco di tempo. Originale, vero?

Mentre lo bevevo, però, mi sono ricordata perché non lo bevessi più e ho sentito la necessità di condividere tutto ciò con il mio pubblico inesistente.
(In realtà è tutta una scusa per postare questo doodle che ho scarabocchiato su carta e tentato di colorare su Photoshop con il mouse invece che con la tavoletta Wacom, cercando di recuperare un po’ la mano).

È stato come ricordarsi di un trauma messo faticosamente a tacere in una parte del mio subconscio. Il trauma rimane lì, ma non si risveglia fino a che non viene pizzicata proprio quella corda. Purtroppo io l’ho fatto, quindi in questo momento mi ritrovo con una nausea tremenda causata dal ricordo di una piccola Valentina che a 8 anni non faceva che trangugiare succhi di frutta alla pera in bottigliette di vetro, dalla mattina alla sera, come stesse facendo una gara o volesse vincere un primato. Ricordo ancora mia madre che la sera mi metteva la bottiglietta sul comodino prima che andassi a dormire.

Non chiedetemi perché lo facesse, non credo vada poi così bene bere tutto quel succo (e sono piuttosto sicura che non sia un ricordo ingigantito dal passare del tempo, come succede spesso), fatto sta che accadeva.

Ovviamente il primato di Bevitrice di Succhi di Frutta alla Pera non l’ho vinto, ma credo sia scontato, altrimenti non mi troverei con questa nausea e questo ricordo ancora da mettere a tacere. E credo anche di non aver più toccato una pera, da allora.

Riflettendoci, non ricordo nemmeno come e perché io abbia messo fine a quella follia. L’unica cosa che mi viene in mente è che ad un certo punto ho scoperto il gusto di limone (thè al limone, dolcetti al limone, ghiaccioli al limone, crema al limone sulla torta farcita di pan di spagna impregnato di succo al limone…) che potrebbe effettivamente aver rimpiazzato questo povero frutto in tutte le sue versioni. Quindi non ho fatto altro che rimpiazzare il trauma con una nuova ossessione, dimenticandomene completamente…

Oddio, sapete una cosa? Non fatelo. Non credo sia sano. Per nulla.
Almeno quando si parla di cibo.

Post-it Do it and Do it Again

Fallo, fallo ancora e fallo di nuovo.

Sveglia. Apri gli occhi, chiudi gli occhi, rigirati nel letto. Riapri gli occhi, guarda la sveglia, è tardi. Fai parkour, fiondati in bagno, fai veloce. Vai in cucina, versa nella tazza grande: caffè in piccole quantità, latte in grandi quantità, zucchero quanto basta da bruciare nelle prime ore. Gira il caffelatte, mangia il muffin al cioccolato, guarda il meteo e decidi mentalmente cosa potresti metterti pur sapendo che cambierai idea entro 20 minuti, per una ragione o per un’altra. Alzati, torna in bagno, lava i denti, ascolta tua madre, dalle ragione (perché ce l’ha, se no alza gli occhi al cielo e dì comunque “Sì”: ricorda che cominciare bene la giornata è sempre una cosa positiva). Lavati ed elimina eventuali peli superflui se non l’hai già fatto, che tu sia uomo o donna non importa, qui non giudichiamo. Spazzola i denti, controlla che sia tutto a posto. Esci dal bagno, vai in camera tua, piazzati davanti all’armadio e decidi cosa non vuoi mettere. Ciò che rimane sarà il tuo outfit di oggi, volente o no: indossalo. Prepara la borsa, controlla di avere abbastanza cose per sopravvivere: fazzoletti, assorbenti, tachipirina, malox plus, moment in bustine, spray, crema, carta e penna, tessere, portafogli ma soprattutto cibo, perché altrimenti diventi una iena. Se sei donna perdi tempo a truccarti sapendo che con il caldo colerà tutto via come non ci fosse mai stato. Sospira, ricontrolla il meteo, dai ascolto a tua madre, afferra la borsa ed esci. Torna indietro a prendere l’ombrello perché il meteo non ha sempre ragione e sbatti la porta.

Il resto è Noia.

Post-it pasticciato – Una giornata da pazzi

Sono pazza? È incredibile come tutto sia collegato a questo mondo.

Notizie flash, in rigoroso disordine:

Mi stanno crescendo le unghie.
Ho fatto il mio penultimo esame.
Oh God, mancano solo tre giorni (3!) alla fine del corso e poi Ready, Set, Go!, al lavoro.
Ho speso un sacco per dei libri dopo mesi di astinenza dallo shopping. Cose da matti.

E ora ripartiamo dal reale principio:
è quasi finita.

Per alcuni questa frase non significherà niente, per altri può essere il principio di un enorme cambiamento. Il mio corso di Visual Design, della durata di due intensissimi anni è letteralmente volato via, e nonostante tutto so per certo che finirò per perdere di vista alcune delle persone più in gamba e simpatiche che io abbia mai incontrato, con cui mi sono trovata benissimo dopo un’infinità di tempo.
Questa settimana abbiamo terminato ufficialmente il workshop, l’esame che si fa alla fine di ogni modulo di studio, ed è il penultimo esame dei due anni. Non avete idea dell’angoscia che si prova al pensiero che nel bene e nel male questa sarà probabilmente la fine definitiva, il The end della mia carriera scolastica, se così vogliamo dire. Dopo c’è solo il mondo spietato del lavoro di cui ho avuto un assaggio.
Non ci saranno più persone disposte a guidare lungo un percorso di questo tipo: o saprai fare certe cose oppure sarai fuori dal giro in poco tempo. Una presenza che si dava per scontata non ci sarà più, e tutto cambierà.
Nel bene e nel male è la Fine, e io sono abbastanza triste e angosciata ma allo stesso tempo emozionata – con un formicolio sotto la pelle che frizza e dice:

“È ora, è ora il momento, buttati!”.

Una vocina che spero non sparisca, perché è in grado di darmi una carica assurda e di farmi buttare in cose che prima non credevo possibili, con una disinvoltura che non avevo (o non sapevo di avere!).

Fatto sta che in attesa della Fine qualcosa comincia già ad andare nel verso giusto. È capitato solo un’altra sola volta ed è stato un periodo molto breve.

Chi sa cos’è l’onicofagia? No, tranquilli, non è una malattia grave né la fobia degli Oni. Si tratta di un disturbo compulsivo, della disposizione degli individui a mangiarsi le unghie fin quasi all’osso. È una brutta bestia da sconfiggere, come una dipendenza; soprattutto se non si ha più memoria del periodo o del momento in cui si è cominciato a mangiarle – e in questo modo non si può trovare facilmente un elemento in grado di frenare la tentazione di mangiarle. Probabilmente la mia tentazione deriva dallo stress, ma ora è diventata un’abitudine e finisco per “praticare” quest’abitudine per noia o senza accorgermene, se non nel momento in cui mi sanguina un dito.
Perché vi ho detto questo? Rileggete il primo punto del post, poi tornate qui.
Ebbene sì, ho smesso. Apparentemente. O almeno la tentazione è diminuita in qualche modo, e credo che qualcosa c’entri anche il workshop. È incredibile come tutto sia collegato a questo mondo: ti arriva una commissione difficile, ti concentri, lavori e nel frattempo ti dimentichi di tutto – anche delle abitidini, anche quelle pessime oltre a quelle positive. Tutto passa in secondo piano, e così è successo con le mie unghie.
Nel momento in cui ho terminato l’esame mi sono guardata le mani, e con sorpresa ho notato che le unghie del pollice sono cresciute così tanto che finalmente si rivede la parte bianca delle punte. Un miracolo!
E ora che il miracolo è avvenuto è troppo bello per essere distrutto, quindi lo lascio lì, speranzosa, in attesa di poter mettere un bello smalto con cui presentarmi ad un colloquio di lavoro, dove finalmente non dovrò più vergognarmi di indicare qualcosa con un dito per paura che notino le unghie mangiucchiate.

Paura, ansia, sollievo, emozione e ora pure pazzia. È un mix talmente strano che mi ha portata a fare la follia di spendere i soldi che non ho “buttato” fuori dal portafogli durante il periodo di Natale. Ho finito per comprarmi un libro di grafica per prendere ispirazione nei momenti bui e delle graphic novel con un libro dello stesso autore. Sono uscita, ho fatto un bel giro sconfiggendo la pigrizia (mi sono dovuta alzare alle 7:00 anche se era vacanza!), mi sono divertita e ho comprato quello che penso di essermi meritata.
Una follia attenuata dalla scena che secondo me corona un po’ tutta la giornata:

Ero in cima alle scale della libreria e contemplavo il libro costosissimo ma bellissimo (e utilissimo) che tenevo fra le mani, indecisa se prenderlo o meno per via del prezzo. Valutavo nella mia mente pro e contro, cercando conferme nello sguardo del mio migliore amico che se ne stava qualche scalino più in basso, in una posa tale da sembrare pronto alla fuga improvvisa; lui non mi guarda, mi dice solo ridendo leggermente: “Vedi tu cosa fare.” Fosse semplice!
Ad un certo punto sento qualcuno scendere dalle scale che collegano il terzo piano al piano superiore. Una montagna di libri mi viene incontro, uno tsunami di parole e inchiostro. Dietro di esso c’è un uomo dall’aria trafelata, un po’ ansioso e sofferente. La montagna di libri è realmente una montagna, con un tomo sopra all’altro, pericolosamente in bilico. Sono una montagna di soldi.
E vedendo quella montagna di soldi allontanarsi verso la cassa, ai piani bassi, mi sento più sollevata. Soppeso il libro,  alzo lo sguardo con fierezza e nella mia mente mi rivolgo all’uomo.

Thanks, bro. Almeno non mi sento più così tanto pazza!

Post-it scaramantico – Venerdì 13

Se ti cade in testa l’acqua di un canale di scolo, allora è un segno.

Oggi si parla di segni.

Mi immagino la canzoncina di sottofondo di Piero Angela in questo momento, “Super Quark”, e forse per un motivo ben preciso: la canzoncina in questione mi ha sempre inquietata con la sua tranquillità stereotipata. E oggi non è una di quelle giornate tranquille.

Se una giornata è destinata ad andare male, certe volte lo vedi direttamente alla mattina. Un esempio a caso- che farò finta non mi abbia portata a scrivere questo post sul cellulare, solitamente arcinemico dei miei post più sensati – è questa mattina.
È cominciata male, anzi malissimo.
Appena sveglia: mal di testa.
Mi alzo: si trasforma in giramenti di testa.
I giramenti si trasformano in nausea, e la voglia di andare al corso comincia lentamente a passare.
Poi penso “No, ci devo andare” – pensiero scaturito dalla semplice voglia di non avere grane in grado di abbassare le mie possibilità di accedere ad uno stage. Si sa, la speranza è sempre una luce in fondo ad un tunnel scuro e buio, e speravo davvero che questa giornata si potesse trasformare.

Indovinate? È solo un’ora più tardi mentre comincio a scrivere questo post, e sono convinta che possa solo peggiorare.
Appena arrivata in stazione (in ritardo) ho salito le scale per arrivare sulla banchina, che ha puntualmente deciso di battezzarmi facendomi cascare in testa un bel po’ dell’acqua piovana che aveva raccolto nei suoi condotti.
Ed è parlando con la mia solita amica che scopro la verità…

Oggi è venerdì 13.
È tutto un segno. Doveva andare di merda.
Dovevo capirlo dal fatto che stasera danno in TV Titanic, uno dei più grandi disastri in mare – che puntualmente, mentre rivedo questo post prima di pubblicarlo, mi sto guardando.

Post-it con teschi – L’Incubo

Figure di merda: la Fiera del novellino.

Non so voi, ma io credo che le cattive esperienze lavorative (o semplicemente brutte esperienze, che dir si voglia) siano quelle che ti temprano di più. Temprano, non formano.
Ci sto ripensando ora che mi ritrovo a dover fare ventimila versioni di una lettera di candidatura e autocandidatura.

Qualche anno fa ho lavorato per una certa persona con cui mi sono lasciata molto male – o meglio, in maniera molto fredda e razionale, il che per me equivale alla medesima cosa. L’ultimo giorno di lavoro fu qualcosa del genere, alla fine:

“Mi dovrebbe circa 200 euro. Avevamo concordato che me li avrebbe dati man mano, ogni giorno, e capisco le sue difficoltà [inesistenti nd. stanjour]… ma non mi paga da un mese in pratica.”
“Hai ragione.” [dà i 200 euro]
“Grazie. Arrivederci a dopo Pasqua allora, mi faccia sapere.”

Il telefono non squillò mai più.

… Almeno fino a qualche mese dopo, quando la sua segretaria mi contattò perché non riuscivano a stampare il mio lavoro, ma ehi!, io l’avevo detto che non ci sarebbero riuscite, ma hanno deciso di ignorare il mio parere quando gli ho detto che con i programmi che mi avevano procurato non sarei mai e poi mai riuscita a fare qualcosa di realmente utilizzabile.

Cliente avvisato, (grafico) mezzo salvato.

Quindi la mia reazione fu qualcosa come: “Mi dispiace, non posso aiutarvi, arrivederci”, e non penso sia qualcosa da biasimare. Affatto, visto che le donne in questione si erano enormemente approfittate della mia “inesperienza” lavorativa.
Anzi, forse sono stata anche troppo gentile, ma fa parte del mio carattere. Non riesco ad essere una persona totalmente fredda, neanche se mi si fa un grosso torto.

A meno che quel torto non sia qualcosa di davvero, davvero terribile. Allora non ti meriti neanche un #ciaone. Il che è tutto dire, di questi tempi.

Fatto sta che l’esperienza con questa donna mi ha insegnato che per non essere presa in giro, sfruttata e ricevere quello che mi spetta devo informarmi e tirare fuori le unghie se necessario. Alla prima con educazione, alla seconda un po’ meno, alla terza per me non sei più nessuno (ma sei ancora in tempo a redimerti).
Nonostante questo – e qui arrivo al punto, finalmente – parlando con la stessa mia amica che mi ha ispirato quest’altro post, mi sono accorta che abbiamo lo stesso problema: il terrore atavico di fare figure di merda, se mi passate il francesismo, tipiche delle novelline dopo aver trovato un maledettissimo posto in un’agenzia, magari nel ruolo che sognavamo di avere ma in cui non abbiamo nemmeno una minima esperienza (perché sì, speriamo di farla in quel maledettissimo posto).
Un percorso, quello della ricerca, fatto già di per sé di orrore, terrore, pena e panico visto come sta andando.

Mi immagino a vagar, sperduta e con occhi sgranati, per un’agenzia oscura, che la diritta via – segnata dal Senior – era smarrita.

E a quel punto, in questa selva, io mi chiedo: dove sono finite le mie unghie (mangiucchiate)?

Perché penso che per difendermi dalla mia Fiera con la F maiuscola mi servirebbero proprio.